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Giovedì, 31 Marzo 2016 00:00

Love Difference

A Torino, nella piazza del mercato di Porta Palazzo, l'artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto ha posto sulla facciata dell'antica tettoia dell'orologio una serie di scritte colorate al neon che in molte lingue e scritture diverse riproducono uno stesso concetto: love difference/amare le differenze. Partendo proprio da questa visione e dal suo significato, il documentario racconta un insieme di piccole storie di giovani, donne e uomini del quartiere di Porta Palazzo. Percorsi differenti che s'intrecciano, s'incontrano, a volte casualmente nell'arco della giornata, quasi sfiorandosi tra i banchi della grande piazza del mercato. Ma un filo rosso le unisce in una comune passione, il teatro. Infatti, almeno una volta alla settimana, tutti si ritrovano al primo piano di un palazzo settecentesco in Via della Basilica, una stretta strada del quartiere, per fare, per imparare a fare il teatro, per stare insieme. Hanno dovuto superare tutte le difficoltà di comunicazione dovute alle differenze etniche e culturali per creare un gruppo di lavoro insieme ad attori come Marco Alotto e Marco Baliani che non solo insegnano le tecniche e i linguaggi teatrali ma stimolano la loro creatività e li preparano con estenuanti prove per uno spettacolo, ma soprattutto insegnano a questi ragazzi ad amare le differenze.

Porta Palazzo risulta, insieme a San Salvario, il quartiere di Torino con una delle più ampie presenze di migranti. Inoltre, il mercato che vi si svolge quotidianamente è uno dei luoghi in cui le problematiche sociali si mescolano ad una vitalità estrema, difficilmente ritrovabile in altri contesti del nostro paese. La sollecitazione che viene dall'installazione di Pistoletto, che dice "ama le differenze", da cui viene ripreso il titolo del film, è una delle possibili modalità per vivere questo quartiere. Un laboratorio di teatro diviene un luogo in cui italiani e stranieri sperimentano nuove dinamiche sociali. L'esperienza teatrale fa letteralmente entrare i partecipanti in una cornice di realtà diversa da quella quotidiana, nella quale è possibile, attraverso la creazione e l'impersonificazione di nuovi personaggi, riflettere su se stessi e sugli altri. Così, ad alcuni, il teatro permette di rielaborare la propria condizione di stranieri e di riacquistare la fiducia necessaria per affrontare lo sguardo degli altri. Al pubblico seduto nel luogo dove regolarmente si svolge il mercato vengono presentate delle memorie personali che nella normalità non vengono generalmente recepite o ascoltate: per mezzo dell'elaborazione di un linguaggio teatrale esse possono essere invece condivise, diventando parte di un patrimonio culturale comune. Armando Ceste


Giovedì, 31 Marzo 2016 00:00

Due film su Jean-Marie Straub

Nel 1991 Armando Ceste intervista uno dei più grandi registi contemporanei, Jean-Marie Straub, cineasta rigoroso, militante, che non concede nessuno spazio ai compromessi. Dalle parole di Straub emerge una riflessione sull’ideologia marxiana, sul modo di fare cinema, sulla prima guerra del Golfo, sul “fascismo democratico” costituito dall’economia di mercato che non lascia spazio a chi si oppone alle rigide regole del profitto.

Ho incontrato Jean-Marie Straub e realizzato questa intervista nel mese di maggio 1991 a Torino, in occasione di un convegno internazionale su Hölderlin, organizzato dal Goethe Institut e dal Museo Nazionale del Cinema che aveva promosso una retrospettiva dedicata a Straub e Danièle Huillet, che comprendeva tutti i film dei due autori, tra cui i due tratti dalla tragedia di Friedrich Hölderlin sulla figura di Empedocle, Peccato nero e La morte di Empedocle. L’intervista è stata solamente un pretesto per stimolare un discorso molto più ampio e articolato di una semplice risposta a delle domande. Con i loro film, Straub-Huillet compiono atti di resistenza e di attacco all’estetica dominante dell’industria cinematografica. Questa è forse una delle cose più difficili da capire della loro opera, anche se appare elementare la loro frase: “C’è chi avvelena il pianeta e chi avvelena le anime. I nostri film si rivolgono ai sensi assopiti. Certi sensi e certi sentimenti rischiano di sparire dal nostro mondo, di estinguersi come dinosauri. È colpa delle forme sociali nelle quali viviamo.” Armando Ceste

Alcuni anni dopo, nel 1998, Ceste incontra nuovamente il regista di Dalla nube alla resistenza quando il Comune di Venezia insieme all'Università di Ca' Foscari organizzano una rassegna su musica e cinema, invitando Straub a presentare il suo film sull'opera di Arnold Schönberg. In quell'occasione realizza Jean-Marie Straub. Lezione di cinema. In apertura a una piccola retrospettiva dei film di Straub e Huillet, avrebbero proiettato anche il mio film-intervista. Arrivai a Venezia con l'idea di fare a Straub una sola e unica domanda: ”Perchè oggi la resistenza non basta più e l'unica soluzione è la dissidenza?”. Non fu facile. Non mi rispose direttamente o forse rispose dandomi tante altre risposte. Armando Ceste


Giovedì, 31 Marzo 2016 00:00

Bagetto Mazz-Art

Il film del 1983 è un video musicale e documentario d’arte sull’opera di Claudio Bagetto e Maddalena Grieco attraverso le installazioni del gruppo Mazz-Art.
Claudio Bagetto è un musicista autodidatta, ma di molto talento. All'epoca mi occupavo di pubblicità con Claudio Papalia, che si occupa della Fert; lavoravamo insieme, io l'art e lui il copy. Lui si è inventato questo soggetto; è qui la seconda parte Mazz-art. Che cos'è Mazz-art? Era un gruppo di artisti che faceva interventi e installazioni in un'antica fabbrica di vernici vicino ai Giardini Reali usando questi materiali, polveri e pigmenti. Poi Claudio Bagetto suona a Collegno nell'ex ospedale del manicomio dove c'era una grande vasca rotonda. Voleva uno Steinway enorme e luccicante più grande di lui; abbiamo fatto le riprese e montato. Lì ricordo due cose: sono ritornato a fare film dopo anni, ma non per scelta, ma perché la mia vita è andata in un'altra direzione, ho fatto pubblicità, film pubblicitari per l'Iveco, con Braghin, Signetto e tutti i cassaintegrati della Fiat. È stato il mio ritorno al cinema. Erano cambiate le tecnologie rispetto al periodo del Collettivo Cinema Militante di Torino; ho ripreso quello che non era mai stato dimenticato nella mia memoria storica. Lì ho conosciuto Piero Sciortino, direttore della fotografia di molti film, da Tavarelli a Farina, faceva tutt'altro nella vita, lavorava in Comune. Armando Ceste


Giovedì, 31 Marzo 2016 00:00

Aria di golpe

Anche se realizzato nel 1994, è forse il film più noto tra quelli prodotti dal Collettivo Cinema Militante di Torino. Nell’ottobre 1973, subito dopo il colpo di stato in Cile, e l’uccisione del presidente Salvador Allende da parte del generale Pinochet, Dario Fo tiene uno spettacolo al Palazzetto dello Sport di Torino simulando un colpo di stato e coinvolgendo il pubblico ignaro. Armando Ceste è tra coloro che filmano l’avvenuto con il CCM di Torino e lo ripropone vent’anni dopo con un’intervista al non ancora Premio Nobel della Letteratura e a Franca Rame. Dopo vent’anni i due attori rivedono e rivivono, attraverso le immagini in bianco e nero del loro spettacolo, tutte le emozioni di quella straordinaria serata. Il 27 ottobre 1973, fu anche la prima assoluta di Lotta di popolo in Cile con la compagnia teatrale La Comune; una produzione militante, messa in scena in pochi giorni, per sottolineare l’urgenza di un impegno di forte testimonianza politica, contro il colpo di stato realizzato poche settimane prima, l'11 settembre 1973, dai militari in Cile contro il legittimo governo di Salvador Allende. Lo spettacolo intendeva anche richiamare l’attenzione su analoghi pericoli che potevano presentarsi in Italia. È in quest'atmosfera che Dario Fo e Franca Rame andarono in scena quella sera, coinvolgendo i diecimila spettatori presenti al Palazzetto dello Sport con un coup de théâtre finale. Dario Fo e Franca Rame, con tutta la compagnia, finsero, all’insaputa di tutti, un intervento repressivo, di tipo cileno, da parte della polizia. Tra le urla e i fischi di un pubblico che non si era accorto dell’inganno, si svolgeva un’altra rappresentazione, ammonitrice di un pericolo incombente anche in Italia.

Il film continua ad essere proiettato in tutta Italia in occasioni legate al ricordo della dittatura in Cile o in eventi legati a Dario Fo e Franca Rame; il 26 Maggio del 1996 ricevette una menzione nell'ambito della sezione documentari alla XI edizione del Riccione Teatro Televisione Video; le motivazioni della giuria presieduta da Elisa Vaccarino e composta da Linda Bouws, Caterina d'Amico, Gabriele Faust e Valentina Valentini fu: Aria di golpe di Armando Ceste rievoca con passione una stagione particolarmente calda del teatro politico di Dario Fo e Franca Rame. All'interno dell'Archivio è presente un blocco notes che testimonia la lavorazione del film, ma soprattutto riflessioni in prima persona dell'autore che portano a ripensare ad un periodo storico vissuto direttamente tramite il filtro dell'occhio meccanico della cinepresa.


Giovedì, 31 Marzo 2016 00:00

Abdellah e i suoi fratelli

Il titolo del film si riferisce chiaramente al film di Luchino Visconti del 1960, ispirato a Il ponte sulla Ghisolfa di Giovanni Testori, che ha raccontato l'immigrazione interna dal sud Italia a Milano. Attraverso la narrazione di Beppe Rosso si racconta l’atroce fine di Abdellah Doumi, morto nelle acque del Po spinto da un branco di ragazzi “normali” che lo minacciava solo perché “diverso”. Abdellah Doumi, nato a Casablanca in Marocco aveva ventisei anni, da circa un anno era a Torino da clandestino. Abdellah è annegato alle 5,12 della mattina del 19 luglio del 1997, ai Murazzi, l'argine del fiume Po a Torino su cui si affacciavano, in quegli anni, diversi locali e birrerie molto frequentati soprattutto nei mesi estivi. In questo film viene anche ricostruita la morte di Khalid, un altro marocchino annegato ai Murazzi due anni prima, sempre per gli stessi tragici motivi. Seguono immagini di Porta Palazzo, luogo di massima concentrazione multietnica, zona di diseredati, illegalità diffusa, diffidenze e solidarietà; una denuncia non solo civile ma anche politica. Vengono anche intervistati alcuni abitanti della zona di Corso Brunelleschi, dove si trova un “Centro di detenzione temporanea per immigrati” i quali esprimono le loro preoccupazioni a vivere accanto agli immigrati. Il documentario è stato presentato in anteprima al XVIII Torino Film Festival del 2000 alla presenza dell'ambasciatore del Marocco in Italia; il film è poi stato mandato in onda sull'emittente televisiva Tele+ nero nel corso del 2001.

La morte di Abdellah è il pretesto per descrivere il presente di una città e una società dove si parla ancora di discriminazione, di diritti negati e abusi, dove si sostiene, facendo leva su sentimenti razzisti, l’uguaglianza immigrato/criminale. Un oggi in cui per molti non è possibile ottenere condizioni di vita che permettano un’esistenza libera e dignitosa. Armando Ceste

I parenti di Abdellah Doumi, la mamma e i fratelli, prima di lasciare definitivamente Torino per fare ritorno in Marocco, hanno detto di provare molta rabbia: Hanno ucciso Abdellah in modo insensato e feroce. Come fosse un gioco. Più duro fu il commento di Moustafà Kobba, presidente della comunità marocchina a Torino: Invece di stare in carcere sono tornati a casa. Questa non è giustizia.


Martedì, 12 Gennaio 2016 00:00

Porca miseria

All’inizio del 2006, in contrasto con il look scintillante della città olimpica, Torino si scopre più povera della media nazionale, con il 12% di popolazione disagiata. La povertà tocca oltre centomila torinesi, quarantamila nuclei familiari nell'area metropolitana. Gli immigrati extracomunitari, più giovani e con meno pretese, sono fuori da questo quadro. Questi dati sono stati elaborati dai 70 centri d'ascolto della Caritas diocesana e presentati pubblicamente in un dossier-choc nella primavera del 2004 suscitando molta attenzione e polemiche. I nuovi poveri si discostano dall'immagine dei senza fissa dimora, del barbone anziano e misantropo che popola l'immaginario comune. L'età media si è notevolmente abbassata. Le cause principali del precipitare nella povertà sono la perdita o la riduzione del lavoro, le spese per la salute, per la formazione dei figli, i mutui o l'aumento degli affitti per la casa. Secondo gli ultimi dati forniti dall'Eurostat il 19% della popolazione italiana (circa 11 milioni di persone) è a rischio di povertà. In questo film documentario si raccontano storie di persone diverse in luoghi e contesti diversi, ma che hanno un filo rosso, un denominatore comune che li unisce: la precarietà del lavoro. Non solo come risorsa economica per avere garantiti i diritti fondamentali ad una esistenza cosiddetta normale, ma anche come forma di riscatto sociale, di dignità umana. “Una città scintillante e povera”, Armando Ceste, «TorinoSette» de «La Stampa», 27 gennaio 2006.

Narratori e compagni di questo viaggio nella “porca miseria”, lo scrittore Erri De Luca, il direttore della Caritas diocesana Pier Luigi Dovis, l’intellettuale Egi Volterrani, rappresentanti di associazioni del volontariato, sindacalisti, operatori dei servizi sociali, che si sono fatti carico delle sofferenze e delle fatiche del vivere quotidiano di queste persone in difficoltà. La colonna sonora del film è realizzata dall'Orchestra di Porta Palazzo e dalle coriste del Teatro Regio di Torino che non a caso cantano il Requiem di Mozart. Nel 2006 EGA Edizioni ha pubblicato il dvd del film accompagnato da un libro che approfondisce il tema delle nuove povertà.


Martedì, 12 Gennaio 2016 00:00

Fiatamlet

Ho udito che delle persone colpevoli, assistendo ad una rappresentazione, a causa dello stesso artificio messo in scena, furon così turbate fin nel profondo dell’anima, da confessar pubblicamente e senza indugio i loro crimini. La rappresentazione del dramma sarà la cosa con cui coglierò in trappola la coscienza del re. William Shakespeare, Amleto, atto II°, scena seconda.

All’alba di sabato 25 gennaio 2003 nella sua villa della collina torinese moriva l’avvocato Giovanni Agnelli. Quasi tutti, giornali, televisioni, sociologi ma anche gente comune, dissero che era morto un re. Un’ora dopo la morte una riunione di famiglia sanciva l’investitura al "trono" del fratello Umberto. Un perfetto incrocio tra Shakespeare e Dinasty. La morte dell’"Avvocato" ci libera dal rapporto odio-amore con il padrone per antonomasia, con la personificazione del capitale, con Agnelli finisce davvero il fordismo, il torinesismo gramsciano della classe operaia. Un sigillo tombale apposto ad una storia chiusa ed irreperibile. Proprio da quella morte nasce l’idea di una messa in scena teatrale che prendendo spunto dall’Amleto di Shakespeare racconti la fine di un’epoca, ma anche del funerale dell’industria automobilistica e della Fiat, la fine di un modello di lavoro, di produzione di una classe operaia come motore, per più di un secolo, della storia di questa città fabbrica. Tra le vecchie fabbriche abbandonate della periferia industriale della città un attore, Beppe Rosso, e un sociologo, Marco Revelli, faranno da "guida" in questo viaggio nella Torino post-industriale del nuovo secolo, cercando di ritrovare una memoria, in quei luoghi, di un lavoro che non esiste più. Ponendo dubbi e domande Beppe Rosso sentirà le testimonianze di molti rappresentanti della cultura e della politica della città, ma coinvolgerà nella messa in scena dell’Amleto anche un gruppo di operai messi in cassa integrazione in questi ultimi mesi dalla Fiat e da altre fabbriche. Armando Ceste


Martedì, 12 Gennaio 2016 00:00

Libera Terra

L’impulso a fare il film mi venne da un incontro con Luigi Ciotti. All’epoca stavo girando “Abdellah e i suoi fratelli”, e avevo chiesto a Ciotti una testimonianza sull'immigrazione. Quel giorno Luigi ci portò nella vecchia sede del Gruppo Abele in via Giolitti e cominciò a raccontarci dell'attività di Libera. Al momento del congedo regalò a me e alle persone della troupe una bottiglia dell'olio prodotto da una cooperativa di ex tossicodipendenti che lavora negli uliveti confiscati a Bernardo Provenzano. Tutti noi provammo una forte emozione nel reggere quella bottiglia d'olio... La lotta alla mafia è stata a lungo un "affare" di magistratura e forze dell'ordine. Solo negli anni Novanta, dopo le stragi, si è compreso che l'azione repressiva era essenziale ma non sufficiente. Bisognava dissodare il terreno di coltura della mafia, impedire che, nonostante le inchieste e gli arresti, la mentalità mafiosa continuasse a rigenerarsi. Ecco allora la nascita di Libera, espressione poliedrica di una società civile disposta a sporcarsi le mani, a combattere la mafia in prima persona. Armando Ceste, «Narcomafie» n. 12, novembre 2002.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, parte dal Piemonte per raggiungere le cittadine siciliane dove in un recente passato la mafia aveva edificato lussuose ville, alberghi e palazzi. Attraverso l’applicazione della legge di iniziativa popolare 109/96 per un riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia, queste strutture, restituite alla collettività, si trasformano in occasione di lavoro e solidarietà, allontanandosi per sempre da un passato fatto di violenza, morte e soprusi.

Dopo aver girato per settimane, per raccogliere ore di materiale filmato e testimonianze, in quelle terre difficili dove dominano ancora la prepotenza, la paura, la rassegnazione, avevo deciso in un momento di sconforto di cambiare il titolo del film in “Amaraterra”. Ho scelto alla fine di lasciare quello iniziale, come un segnale di speranza e di omaggio a tutti quegli uomini, donne, ragazzi, noti e meno noti (a cui il film è dedicato), che in quelle terre lottano quotidianamente con molto coraggio per realizzare una vita migliore. Armando Ceste


Martedì, 03 Novembre 2015 00:00

Storyboard

Disegni, segni & fumetti

"Armando amava disegnare, scarabocchiava ovunque e sempre. Durante le riunioni, mentre parlavamo o quando telefonava abbozzava figure, pensieri grafici e progetti, piccole visioni colorate, espressioni vivaci con una spiccata dose di autoironia, personaggi bizzarri che più delle volte finivano nel 'cestino' dal quale puntualmente li raccolsi per conservarli nel mio album segreto... oppure da un certo momento in poi - una volta incorniciati - li regalava agli amici. Nel 2000 presso lo spazio d’arte della libreria Fontana in via San Francesco d’Assisi di Torino ci fu la prima esposizione di queste microopere." Petra Probst

Una ventina dei suoi disegni sono raccolti nel libro "STORYBOARD parole&immagini" con le poesie di Maurizio Poletto edito da Ananke, Torino, 2000. Egi Volterrani nel testo introduttivo al libro scrive: ...la sua produzione è ad un tempo sapiente, controllata eppure carica di emozione che sa comunicare. Le immagini che ci propone son sempre risolte con apparente facilità e con grande ardimento...

Alla metà degli anni '70 Armando Ceste e Gianfranco Torri pubblicano per la casa editrice Savelli di Roma due libri a fumetti dedicati ai ragazzi. Il primo, "La Storia delle Lotte per la Casa (Soffitte, pensioni, ci vadano i padroni)", esce alla fine del 1975. "La Storia delle Lotte per la Casa" è un libro a fumetti che nasce dall'esigenza di spiegare ai bambini la realtà e i problemi quotidiani in forma ludica, il volume propone anche un gioco a punti con figurine da incollare. Il secondo, "La storia degli arditi del popolo", esce nel 1976 ed è adattamento da "Proletari senza rivoluzione" di Renzo Del Carria dove viene raccontata la storia di una vittoriosa battaglia dell'antifascismo militante, le cinque giornate di Parma del 1922.


Lunedì, 02 Novembre 2015 00:00

Movimento

“Il canale di Sicilia è diventato il più grande cimitero sottomarino del Mediterraneo. Le stime più prudenti parlano di dodicimila morti annegati negli ultimi dieci anni sulle rotte tra l'Africa e le nostre coste meridionali.” Queste parole chiudono “Movimento” l'ultimo film di Armando Ceste realizzato nel 2008 e presentato in anteprima al Sottodiciotto Film Festival dello stesso anno. Come ha dichiarato l'autore il film ha preso ispirazione dall'omonima poesia di Aldo Palazzeschi:

“Io vo... tu vai... si va...
Ma non chiedere dove
ti direbbero una bugia:
dove non si sa.
E è tanto bello quando uno va.
Io vo... tu vai... si va...
perché soltanto andare
in un mondo di ciechi
è la felicità.“

Armando Ceste ha sempre avuto la capacità di leggere e capire con anticipo molteplici contraddizioni del presente denunciandole attraverso il cinema; in questo senso “Movimento” è un esempio molto importante rispetto al dramma più che mai attuale dell'immigrazione. Il film è stato sostenuto dal basso, oggi diremmo crowdfunding, grazie al contributo di amici e colleghi.

Da questo film è nata l'idea di realizzare “Walls and Borders” (2009, 290') una grande opera collettiva a vent'anni dalla caduta del muro di Berlino. Grazie al coordinamento di Claudio Paletto e Maddalena Merlino ottantatré registi, tra cui Gianluca e Massimiliano De Serio, Mimmo Calopresti, Giorgio Cugno, Daniela Gaglianone, Davide Ferrario, Mario Balsamo, Luciano D'Onofrio, Gianni Sartorio hanno raccontano in settanta brevi episodi i muri e i confini geografici, fisici, mentali e sociali che segnano le società in cui viviamo in un caleidoscopio di punti di vista e approcci espressivi, dal documentario alla fiction, dalla video art all'animazione. Il ricavato del progetto ha sostenuto International Help Onlus.


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