Abdellah e i suoi fratelli

Il titolo del film si riferisce chiaramente al film di Luchino Visconti del 1960, ispirato a Il ponte sulla Ghisolfa di Giovanni Testori, che ha raccontato l'immigrazione interna dal sud Italia a Milano. Attraverso la narrazione di Beppe Rosso si racconta l’atroce fine di Abdellah Doumi, morto nelle acque del Po spinto da un branco di ragazzi “normali” che lo minacciava solo perché “diverso”. Abdellah Doumi, nato a Casablanca in Marocco aveva ventisei anni, da circa un anno era a Torino da clandestino. Abdellah è annegato alle 5,12 della mattina del 19 luglio del 1997, ai Murazzi, l'argine del fiume Po a Torino su cui si affacciavano, in quegli anni, diversi locali e birrerie molto frequentati soprattutto nei mesi estivi. In questo film viene anche ricostruita la morte di Khalid, un altro marocchino annegato ai Murazzi due anni prima, sempre per gli stessi tragici motivi. Seguono immagini di Porta Palazzo, luogo di massima concentrazione multietnica, zona di diseredati, illegalità diffusa, diffidenze e solidarietà; una denuncia non solo civile ma anche politica. Vengono anche intervistati alcuni abitanti della zona di Corso Brunelleschi, dove si trova un “Centro di detenzione temporanea per immigrati” i quali esprimono le loro preoccupazioni a vivere accanto agli immigrati. Il documentario è stato presentato in anteprima al XVIII Torino Film Festival del 2000 alla presenza dell'ambasciatore del Marocco in Italia; il film è poi stato mandato in onda sull'emittente televisiva Tele+ nero nel corso del 2001.

La morte di Abdellah è il pretesto per descrivere il presente di una città e una società dove si parla ancora di discriminazione, di diritti negati e abusi, dove si sostiene, facendo leva su sentimenti razzisti, l’uguaglianza immigrato/criminale. Un oggi in cui per molti non è possibile ottenere condizioni di vita che permettano un’esistenza libera e dignitosa. Armando Ceste

I parenti di Abdellah Doumi, la mamma e i fratelli, prima di lasciare definitivamente Torino per fare ritorno in Marocco, hanno detto di provare molta rabbia: Hanno ucciso Abdellah in modo insensato e feroce. Come fosse un gioco. Più duro fu il commento di Moustafà Kobba, presidente della comunità marocchina a Torino: Invece di stare in carcere sono tornati a casa. Questa non è giustizia.


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