Valsusa Filmfest

Il progetto per il documentario Mai Tardi: la Resistenza in Val di Susa, era stato fortemente voluto da Armando Ceste in occasione del Cinquantesimo anniversario della Resistenza. Girato nella primavera del 1995 (una produzione Index di Torino), grazie alla disponibilità dell’amico Pier Milanese e ai tanti collaboratori che gratuitamente avevano messo a disposizione le loro professionalità. A oggi il filmato rimane una preziosa testimonianza con interviste ad alcuni protagonisti della storia partigiana, uomini e donne che a distanza di anni non ci sono più. Cinquantasei minuti di racconto incalzante, primi piani, camera fissa e immagini di repertorio. Venne presentato al cinema di Condove nell’aprile del 1996 e a seguire in altri comuni sempre in collaborazione con l’ANPI. Fu in una di queste occasioni, presso il comune di Mompantero (fra gli intervenuti anche Carla Gobetti), che ci si rese conto quanto il pubblico presente fosse di età piuttosto âgé. La mattina dopo ricevetti una telefonata da Armando il quale durante il viaggio di ritorno aveva chiacchierato con Carla e commentando la scarsa presenza dei giovani avevano ipotizzato la possibilità di trovare strumenti nuovi per avvicinarli. Entrambi avevano pensato ad uno spazio come Cinema Giovani di Torino. Il passo successivo fu quello di parlarne con Bruno Carli, il partigiano che aveva seguito tutto il progetto di Mai Tardi. Bruno, infaticabile e sempre pieno di entusiasmo cominciò subito a muoversi e costruire una rete di collaborazioni. La “Memoria Storica” era garantita e coinvolta, poi fu la volta di alcuni appassionati cinefili (Gruppo 33), che avevano di fatto salvato il cinema comunale destinato a diventare l’ennesimo supermercato. Ma la valle di Susa aveva anche una forte sensibilità ambientale e inevitabilmente fu coinvolto il Comitato Habitat.

Armando, che fu il primo “direttore artistico” disegnò anche il logo del festival, scrisse: UNKATAHE logotipo del Valusa Filmfest (trasformato in un mezzo animale e mezzo cinema) è una divinità degli indiani del Nord America, che protegge dai cattivi spiriti del male. Un simbolo con origini pellerossa per meglio rappresentare gli abitanti della valle, ben decisi a non finire come gli Indiani sconfitti e relegati in riserve. Il Valsusa Filmfest vuol far conoscere, con sguardi diversi, la realtà quotidiana della valle, e come le nuove generazioni intendono raccontare con la cinepresa fatti non solo del nostro tempo ma anche della nostra storia. Una rassegna che metta in luce e valorizzi lo straordinario patrimonio collettivo della memoria storica attraverso il recupero di quella orale, che ancora esiste in molte famiglie. Una rassegna che parli di rispetto dell’ambiente, di difesa del proprio territorio, che sia di stimolo nel cogliere immagini di una valle inedita.

Fu sempre Armando, soprattutto per le prime edizioni, a coinvolgere l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e ovviamente il Centro Studi Piero Gobetti che fu fin da subito presente. Armando partecipò anche alla scrittura del manifesto di fondazione e presentazione di un festival che non è mai stato uno spazio glamour, con tappeti rossi, ma sempre un festival molto impegnato sui temi sociali.

L’ultima volta che parlai con Armando al telefono fu pochi giorni prima che morisse, avevamo proiettato il 26 marzo del 2009 al festival il suo Movimento, quattro minuti di riflessione su Lampedusa, sulle morti in mare. Il filo di voce che ormai aveva l’ha usato per raccomandarsi: devi dire che i dati che si leggono sui titoli di coda, sono superati, ora sono molti di più i morti. Il mediterraneo è un cimitero. Devi dirlo. Faceva sua la frase di Jean-Luc Godard, per me oggi è più facile fare un film che vivere la vita che vorrei vivere. Se potessi vivere la vita che credo avere il diritto di vivere, penso che non farei dei film o dell’arte.

Chiara Sasso


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